Sono nata tra Italia e Svizzera e sono nata come una bambina normale, senza nessuna particolarità degna di nota. Giocavo, crescevo, e mi piaceva andare a scuola: infatti, anche se all’inizio ero un po’ pigra, nel corso già delle elementari ho sviluppato un certo gusto nell’imparare cose nuove.

È stato ancora prima dei 5 anni che mia mamma mi propose di cominciare a suonare il pianoforte. La scena la ricordo ancora: ero nella casa in cui sono nata, nella mia prima cameretta, e avevo una tastierina rosa. Non ricordo cosa ci facessi con quella tastiera, quanto ci giocassi, ma ricordo che un giorno stavo in piedi davanti al piccolo strumento e mia mamma, entrando dalla porta della stanza, mi disse: “Vuoi provare a suonare il pianoforte per davvero?”

Da quel momento studiai pianoforte per dieci anni seguita da diversi insegnanti privati. Purtroppo questi insegnanti non si dimostrarono chi dicevano di essere. Mi tennero ferma per anni e anni sugli stessi brani, senza risultati, e formandomi oltretutto una tecnica scorretta. Ma non lo scoprii fino a quando, a causa di una curiosa concatenazione di eventi, cambiai definitivamente ambiente.

Avevo iniziato il liceo artistico, nonostante i pareri contrari dei miei professori delle medie, e dagli insegnanti privati di pianoforte passai a una scuola vera e propria, che preparava per gli esami in conservatorio.
Fu lì che, diventando allieva della direttrice, dovetti cancellare quasi tutto quello che avevo imparato fino a quel momento per ricostruirlo quasi da zero.

Avevo perso tanti anni, avrei potuto essere più avanti, molto più avanti di come ero. E inoltre dovevo lavorare per distruggere ciò che avevo costruito fino a quel momento, perché era sbagliato.
Grazie all’insegnamento della direttrice riuscii a dare quasi tutti gli esami come esterna in conservatorio, ma senza ottenere i risultati che avrei voluto: promossa, certo, ma con voti da medi a bassi, niente di davvero soddisfacente.

E la motivazione che mi sentivo dare dagli insegnanti della scuola, e anche dalla direttrice – nonostante mi avesse aiutato moltissimo e continuasse a farlo con il suo insegnamento – era che non avevo abbastanza talento. Per diventare un bravo pianista ci vuole talento, tu non ce l’hai. Puoi imparare a suonare, certo, ma non sarai mai bravo.
E poi hai già sedici anni: un vero pianista alla tua età è già diplomato. Ormai è troppo tardi per te per diventare pianista davvero.

Guidata da quest’idea, in quegli anni mi ero impegnata fino allo sfinimento per terminare il liceo e diplomarmi… prima dei diciotto anni sarebbe stato impossibile per me, ma volevo almeno diplomarmi a diciotto anni. Diciannove al più tardi. Ma non ci riuscii: il conservatorio in cui davo gli esami chiuse ai privatisti. E fu così che dopo la maturità liceale entrai in un altro conservatorio, questa volta come allieva interna. E cominciai il percorso di laurea.

In conservatorio tutti erano migliori di me, tutti riuscivano meglio di me, al punto che i professori di strumento mi compativano e mi prendevano in giro. Riuscivo a passare gli esami, ma i voti erano sempre da sufficienti a medi, non di più.
Mi sentivo dire frasi come “Non ti voglio nella mia classe, cercami un altro pianista che suoni con il violino”; oppure “Ringrazia questa cantante che ha la pazienza di tenerti come pianista per l’esame”; e anche “Non dire in giro che io sono il tuo insegnante perché mi vergogno” o “Non dire che sono il tuo insegnante, non vorrei che la gente pensasse che è colpa mia se suoni così male”.

Nel frattempo avevo iniziato, in contemporanea, l’università di architettura.
E anche lì, i voti in progettazione non erano alti e i commenti di professori e assistenti erano “Ho paura a pensare che tu esci da quest’università e puoi lavorare come architetto”. Che ricordava in un certo senso la frase che mi dicevano in conservatorio: “Il massimo che potrai fare è suonare nel tuo salotto”.
E, ultimo ma non ultimo, alla specialistica avevo un professore di strumento il cui mantra era: “Sì, ci sono delle cose che potrei dirti, ma non hai assolutamente talento e quindi non vale la pena che io te le insegni”.

Tuttavia, mi sono laureata. In entrambe le università. Contemporaneamente. Con il massimo dei voti.

E, in contemporanea, ho anche frequentato l’università di musicologia.

È stato proprio durante questi anni che ho cominciato a farmi molte domande.
Come mai, nonostante mi impegnassi e studiassi senza riserve, i risultati sembravano sempre mediocri?
Era vero che avrei dovuto essere già un musicista fatto a quindici anni?
Era vero che non avevo assolutamente le capacità per poter progettare e risolvere i problemi?
Era vero che ci voleva questo fantomatico talento, di cui tutti parlavano ma che nessuno sapeva descrivere con precisione?

Ero quindi nata sfortunata?

Grazie a queste domande che ho cominciato a sperimentare.

Se ciò che avevo fatto fino a quel momento sembrava non aver funzionato, forse dovevo fare qualcosa di diverso. Se gli avvenimenti attorno a me non sembravano aver risposto come desideravo, forse dovevo fare qualcosa di diverso. Se studiare come mi avevano sempre insegnato non bastava, forse la soluzione era pensare in modo diverso.

Volevo capire e volevo scoprire. E soprattutto volevo trovare una soluzione a problemi che per tutti erano irrisolvibili.

Durante quegli anni ho perciò cominciato a studiare i meccanismi della mente umana tramite la psicologia prima e le neuroscienze poi, per cercare di capire i meccanismi di apprendimento del cervello e per capire se potevo fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che tutti davano per scontato e che creava i problemi con cui mi ero scontrata.

Mi dedicavo alla crescita personale per cercare di gestire tutto quello che di negativo mi veniva detto e lavoravo sul mio miglioramento come persona.

Grazie allo studio della storia e della tecnica mi rendevo conto di come i grandi artisti avessero appreso, studiato e agito per ottenere i risultati che ancora oggi possiamo ammirare.
Qualunque cosa imparavo sembrava andare a comporre un disegno più ampio.

Nel corso degli anni
ho creato un metodo di studio e di apprendimento:
un metodo che ho voluto condividere
fondando l’accademia Ars.

Il 1 marzo 2016 infatti ho aperto l’Ars, la mia scuola (online e offline) che mi permette di insegnare le arti utilizzando il mio metodo.

Un metodo diverso e innovativo rispetto a qualunque metodo di solito utilizzato.

Un metodo che non tiene conto del talento, della fortuna o dell’età, e che non si basa né sulla sofferenza né sulla speranza.

Questo mio metodo, che ho sperimentato su me stessa e che continuo a sperimentare, è quello che mi ha permesso di laurearmi contemporaneamente sia in università che in conservatorio con il massimo dei voti, di imparare a scrivere romanzi e disegnare, di studiare neuroscienze, di imparare due lingue da sola, di diventare cantante lirica, di fare dell’arte il mio lavoro e di superare i miei limiti.

Ho fuso tutte le mie conoscenze artistiche, storiche, tecniche, umanistiche, scientifiche, di progetto, e le esperienze fatte sue di me e su decine e decine di allievi per creare il metodo che ho deciso di mettere a disposizione di chiunque abbia il sogno di costruire le proprie capacità.

Ho chiamato il mio metodo NeuralLearning perché noi siamo i proprietari del computer più incredibile del mondo: il nostro cervello.

beatrice gaggiotti

NeuralLearning

Il mio metodo funziona perché:

  • è “brain-friendly”:

il mio metodo di studio, di insegnamento e di apprendimento si basa sulla macchina primaria dell’apprendimento, ovvero il nostro cervello. Per poter apprendere il modo corretto dobbiamo agire allineati al funzionamento del nostro cervello.

  • è pratico e concreto:

con il mio metodo non mi affido al talento, al caso, alla speranza o alla fortuna per raggiungere un obiettivo e per formare un’abilità. Quando poniamo un obiettivo creiamo anche una strategia che ci permetta di raggiungerlo, tenendo conto dei tempi necessari e degli ostacoli.

  • è artistico e creativo:

il mio metodo unisce le moderne conoscenze delle neuroscienze con l’esperienza della storia. I grandi artisti non sono diventati tali per fortuna o per caso, ma per un corretto allenamento nella creazione proprie abilità e grazie a un grande sapere tecnico.

  • è inclusivo e umano:

con il mio metodo considero l’errore qualcosa di perfettamente normale e necessario. Non esiste il concetto di fallimento ma solo di risultato: ogni risultato viene analizzato e valutato, e se quel risultato non è quello che stavamo cercando lo consideriamo semplicemente come tale e riprendiamo il nostro percorso.

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